n.12 / 2006
Energia da biomasse vegetali
Esperienze di successo in Europa
EUROPA IN CORSA
Mauro Bruni Presidente Aretè srl (per il paragrafo “Le
conseguenze prevedibili”)Il settore bioenergetico è in
forte espansione, come attestano il numero degli impianti di trasformazione
e le loro dimensioni crescenti. Cinque paesi europei – fra cui
l’Italia – sono in testa nella corsa verso i traguardi stabiliti
dall’Ue, che entro il 2010 intende coprire con fonti rinnovabili
il 12% del consumo interno di energia. Le misure di politica economica
in atto nei diversi Stati membri si traducono principalmente nel sostegno
del mercato. L’incentivo della Pac sulle colture energetiche non
sembra essere il fattore determinante sul loro sviluppo, quanto piuttosto
la disponibilità di infrastrutture e l’esistenza di filiere
ben organizzate ed efficienti.
Maurizio Aragrande Universita di Bologna, Docente presso Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie
Un panorama eterogeneo
In questa sezione sono riportati i risultati significativi di alcuni
studi condotti da esperti locali o ricercatori a livello europeo nell’ambito
del citato progetto (pag. 6). Gli studi di caso hanno permesso di raccogliere
informazioni e dati su scala regionale, difficilmente ottenibili sulla
base delle fonti di informazione disponibili a livello nazionale, facendo
ampio ricorso a interviste dirette a operatori delle filiere delle bioenergie.
L’eterogeneità delle situazioni e delle informazioni spiega
la parziale difformità dell’esposizione dei risultati nei
casi proposti alla lettura. I casi studio si riferiscono alle regioni
dello Champagne Ardenne (Francia), della Bassa Sassonia (Germania) e
della Carinzia (Austria). Tali regioni risultano notevolmente differenti
sotto il profilo produttivo e organizzativo delle filiere, ma sono accomunate
dal funzionamento di un’efficace cornice legislativa, a livello
nazionale e regionale, fortemente determinata da sistemi di incentivi
alla produzione e agli investimenti, ai quali è da ricondurre
- sopratutto in Germania e in Austria - il recente sviluppo della filiera.
Bioetanolo dalla barbabietola Il caso Champagne
Ardenne
Le ricadute economiche sociali e ambientali associate allo sviluppo
della filiera bioetanolo sono molteplici e generalmente riconosciute
dagli operatori della filiera e dal pubblico in particolare: la creazione
di posti di lavoro nell’industria di trasformazione e nell’indotto,
la possibilità di impiego delle risorse agricole anche in zone
marginali, i benefici ambientali. In effetti lo sviluppo della filiera
bioetanolo nella regione dello Champagne Ardenne ha avuto un impatto
positivo soprattutto grazie alle misure di sostegno attuate dal governo
francese per promuovere l’utilizzo dei biocarburanti. Lo sviluppo
di questa filiera ha garantito agli agricoltori della regione maggiori
possibilità di mantenere il loro lavoro e un adeguato livello
di reddito. A livello regionale la produzione di bioetanolo e il suo
utilizzo sono percepiti positivamente dalla popolazione locale, in particolare
per i benefici legati a: autosufficienza energetica; uso dei sottoprodotti
come risorsa di proteine per il bestiame allevato; supporto economico
regionale; sviluppo di nuovi mercati per i prodotti agricoli; creazione
di posti di lavoro nelle aree rurali; ruolo che l’agricoltura
assume nelle strategie di salvaguardia ambientale.
Ci sono comunque notevoli limitazioni a causa principalmente della difficoltà
nella vendita di bioetanolo sul mercato locale come additivo da aggiungere
direttamente ai normali carburanti. Infatti la Francia è un esportatore
netto di bioetanolo, la cui collocazione sui mercati nazionali trova
forti opposizioni da parte dei produttori petroliferi direttamente coinvolti
nella produzione di ETBE (estere etilico isobutilico) e quindi unici
acquirenti del bioetanolo prodotto localmente.
GIANLUCAMACCHI Ricercatore presso l’Università di Bologna, Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie
Energia liquida solida e gassosa Il caso della
Bassa Sassonia
La diffusione di servizi alla produzione facilita la conversione delle
colture dagli usi alimentari a quelli energetici, conversione favorita
anche dalla sostanziale somiglianza della tecnica produttiva tra le
due destinazioni per le colture energetiche, il cui aumento potrebbe
incrementarne l’adozione e la relativa convenienza economica.
L’introduzione di nuove colture energetiche (diverse da quelle
attuate) è limitata dalle conoscenze tecnologiche insufficienti,
dalla scarsa disponibilità di macchinari, dall’incertezza
dell’esito produttivo. In generale il passaggio dal food al non-food
implica obiettivamente per gli agricoltori maggiori costi di transizione
almeno inizialmente, il che può costituire un freno allo sviluppo.
Problemi analoghi si riscontrano nel passaggio alla trasformazione aziendale
delle biomasse, aggravato da barriere economiche (investimenti) e amministrative
(permessi, licenze, controlli, ecc.). Sopratutto gioca talvolta in senso
negativo l’incertezza del prezzo, legata a fattori non facilmente
ponderabili. La legislazione nazionale in materia di bioenergie è
risultata determinante nel favorire lo sviluppo del settore.
GIANLUCAMACCHI Ricercatore presso l’Università di Bologna, Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie
Biogas dal mais insilato Il caso della Carinzia
Il 20% del mais da insilato prodotto in Carinzia è utilizzato
per la produzione di bioenergie. Questa percentuale è cresciuta
considerevolmente negli anni 2003-2005 grazie alla costruzione di molti
impianti di produzione di biogas, resa possibile dalla politica di stabilità
e garanzia delle tariffe attuata dal governo austriaco per la produzione
di energia elettrica dall’utilizzo del biogas. I principali problemi
tecnico-economici sono rappresentati da difficoltà di coltivazione
nonché dalle ridotte dimensioni aziendali e dagli stretti e irregolari
passaggi che rendono difficile l’uso dei macchinari.
GIANLUCAMACCHI Ricercatore presso l’Università di Bologna, Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie
Paglia e trucioli di legno Il caso della Danimarca
120 impianti di riscaldamento alimentati a paglia o a legno, 10 centrali
termoelettriche a paglia o a trucioli, 30 inceneritori (18 producono
energia termoelettrica e 12 teleriscaldamento), 6 centrali termoelettriche
a biomasse, 30 centrali termoelettriche a biogas soddisfano le esigenze
energetiche delle città in Danimarca. Da queste cifre emerge
l’interesse che le biomasse vegetali rivestono nel paese, dando
origine al 70% dell’energia rinnovabile. I carburanti biologici
più diffusi e più economici sono quelli solidi, che vengono
anche importati.
FINN BERTELSEN Energistyrelsen Responsabile del settore per le biomasse solide, Direzione generale danese per l’Energia

